
Le strade della Grecia sono occupate dalla rabbia dei cittadini, per lo più lavoratori dipendenti, che non accettano le misure durissime imposte dal governo socialdemocratico su ordine dell’Unione Europea per evitare la bancarotta del paese, in seguito alla crisi economica e finanziaria mondiale.
Congelamento degli stipendi, drastica riduzione delle pensioni, abolizione delle tredicesime e quattordicesime non solo nel settore pubblico, aumento dell’Iva dal 21 al 23%, soppressione dei contratti collettivi nazionali di lavoro, licenziamenti di massa nel settore pubblico e nelle amministrazioni locali: tutte misure imposte da Europa e governo greco su lavoratori e comuni cittadini per far fronte ad un problema originato da finanza, grandi potentati economici e – al limite – classi politiche incapaci.
L’origine infatti è sempre la crisi economica mondiale, legata alla crisi da sovraproduzione, sotto il cui peso ora diversi stati stanno rischiando la bancarotta (per una spiegazione organica delle dinamiche in causa, abbastanza complesse, rimando a questo interessante articolo dell’economista Domenico Moro http://www.resistenze.org/sito/os/ec/osecad30-006808.htm).
Ma si tratta di un problema unicamente greco? In Grecia non la vedono così: lo striscione esposto dall’acropoli di Atene occupata dai manifestanti e che ha fatto il giro del mondo recitava “Peoples of Europe, rise up” (Popoli d’Europa, sollevatevi), e in effetti il problema è europeo e l’Italia non ne è affatto esente. La dinamica “il mercato fa i debiti – i lavoratori li pagano”, è stata la norma per tutti dalla fine del 2008 ed esiti estremi come quelli greci rischiano di arrivare anche per altri.
Il rischio di “contagio” della crisi greca è già stato denunciato da agenzie internazionali, chiamando in causa per primo il Portogallo ma il problema è più ampio.
In Italia una cortina fumogena mediatica sta censurando il dibattito, la voce del buon patriota nazionale impone di dire che va tutto bene, che il nostro sistema bancario non rischia, che abbiamo le palle.
La realtà però è un’altra e si basa sulle cifre. La disoccupazione nel 2009 è arrivata all’8,6%, secondo Repubblica il più alto del decennio. Ma questo dato per l’Italia è da integrare, perché non comprende l’istituto della cassa integrazione ordinaria e straordinaria; l’osservatorio sulla Cig della CGIL ha rilevato che dall’ottobre 2008 al dicembre 2009 sono state autorizzate nel nostro paese oltre 600 milioni di ore di cassa integrazione e più di 370 milioni di ore di cassa integrazione straordinaria, per un totale che supera il miliardo di ore complessive.
Ma era il 2009. Beh nei tre primi mesi 2010, dati Inps, la cassa integrazione straordinaria è cresciuta del 358% rispetto agli stessi mesi del 2009. Complessivamente nel primo quadrimestre del 2010 la cassa integrazione è aumentata del 52,9%.
Basta? No, c’è un ulteriore scalino: quello delle moltissime aziende che hanno evitato di dichiarare crisi portando al proprio interno pezzi di ciclo produttivo e ricorrendo ai prepensionamenti. Comunque le si voglia chiamare sono misure di crisi, che ricadono sui terzisti e sulle “cooperative”, ovvero su lavoratori spesso ancora più sfruttati e malpagati.
Basta? No, c’è un ulteriore, enorme, scalino: quello dei contratti a termine lasciati scadere gettando nel nulla centinaia di migliaia di precari senza nemmeno l’accesso agli ammortizzatori sociali, che a lungo termine si traduce in una generale diminuzione delle opportunità di lavoro.
Aggiungiamo ancora una caratteristica, un tempo più studiata e oggi taciuta con spirito omertoso, dell’imprenditoria italiana: l’alta quantità di straccioni e farabutti proprietari d’impresa che nel totale disinteresse del “sistema paese” e del “rischio d’impresa” (due belle – si fa per dire – invenzioni verbali) sfruttano l’occasione per vendere, cambiare settore, delocalizzare, ridurre i dipendenti tutto a proprio maggior tornaconto; e a partire dal caso Eutelia ne abbiamo conosciuti molti di esempi del genere.
In questa situazione hai voglia ad aggrapparti alle palle del sistema bancario nazionale, il costo della crisi lo stiamo già pagando duramente e alcune “spie” fanno presagire male per il futuro. Cosa dovrebbero dire ad esempio le migliaia di lavoratori FIAT travolti dal piano di Marchionne?
Non è per spirito ribellistico quindi che prendiamo le immagini delle manifestazioni di Atene come un esempio, non è per iconofilia che richiamiamo lo striscione “Peoples of Europe, rise up” calato dall’Acropoli, ma consapevoli che oltre le mura del regime da bagaglino che imprigiona l’informazione e il dibattito pubblico italiano qualcosa di grosso si sta muovendo. Chi sta compiendo le scelte economiche nazionali sulle nostre teste lo sa bene, mentre i lavoratori italiani sono tagliati fuori dal dibattito.
È per questo che urliamo la necessità di un aumento del livello del conflitto e delle rivendicazioni sul lavoro, a partire da uno sciopero generale, per un piano economico nazionale che non faccia pagare la crisi di banche, finanza e poteri industriali a noi lavoratori, ma anche a noi famiglie, a noi studenti e ricercatori a cui tagliano scuola e università, a noi precari usati come carne da macello.
I compagni greci stanno provando a dare il "La", con una lungimiranza stimabile, lanciando un appello a livello europeo. Questo appello va accolto anche da noi, perché solo così potremo far emergere e contrastare quanto sta capitando a noi, ai nostri posti di lavoro e ai nostri salari prima che sia troppo tardi.
Alessandro Squizzato